
Per la prima volta dai tempi degli scioperi a scuola (ai quali intervenivo giusto per amore di decenza) ho la VAGA tentazione di partecipare a un evento di tipo manifestativo.
http://www.beppegrillo.it/2007/06/vaffanculoday.html
Non apprezzo troppo Grillo, ma apprezzo senza alcun dubbio l'espressione feroce e veemente di quanto i coglioni siano pieni. Durante il governo Berlusconi ci si e' fatti forza pensando di affrontare una traversata del deserto. Adesso la traversata e' finita, eppure non si vede una goccia d'acqua all'orizzonte.
In questi giorni ho fatto alcuni vaghi tentativi di sondare la fattibilita' di *qualunque cosa* permetta di lottare in maniera attiva contro lo status quo esistente. I risultati non sono nemmeno stato malvagi, ma non credo che insistero' a lungo per il semplice motivo che non esiste uno straccio di interlocutore credibile. Esiste solo azione dal basso, non c'e' piu' nemmeno l'idea di potersi dedicare come formichina a qualcosa di grande, in ambito politico e sociale, in cui ci si riesca ad identificare.
Ci hanno rubato tutto. TUTTO. Mutande incluse.
Si sono presi qualunque parvenza di sogno, di illusione, di fiducia, oltre che il malloppo.
Non c'e' rimasta nemmeno una briciola.
E non e' una lamentela quanto piuttosto una presa di coscienza che avanza giorno dopo giorno.
Oggi mentre aspettavo che il mio stronzo programmino in matlab facesse le sue statistiche mi sono messo a leggiucchiare l'archivio storico degli articoli di Travaglio.
All'inizio rotflavo abbestia, poi e' subentrata la faccina media, e alla fine ho smesso perche' iniziavano a calare le lacrime. Erano una infinita' di "amarezze", ed erano tutte vere.
Tutte, dalla prima all'ultima riga. Si leggeva percependo a pelle la totale realta'. Fredda. Asciutta. Spietata. Vera.
E mi rendo conto di non riuscire piu' a sopportarla. Diventa un dolore fisico.
Ho sempre pensato che il mio atteggiamento sarcastico e disilluso fosse vincente per affrontare il mare di schifo che sale dalla politica e dalle classi dominanti. E probabilmente lo e', ma nel momento in cui la maschera crolla va tutto a puttane. Perche' alla fine ci soffri, anche se tenti di convincerti che te ne freghi. Che non ti riguarda.
E' il MIO fottuto paese. Non quello di una manica di merde. Mi ha dato di tutto e di piu', lo amo, ne sono orgoglionissimo, ecc. ecc.
Eppure il mio fottuto paese, gentilmente gestito dalla manica di merde, mi vessa, mi emargina e sostanzialmente mi caccia. E ancora una volta non e' da leggersi come lamentela, sti gran cazzi, ho sempre saputo che la ricerca era cosi'. E' una presa d'atto.
La nuova classe dominante saremmo noi, in teoria. Ingegneri, dottori, avvocati, giovani menti brillanti... Per dio siamo meno stronzi di tanti altri, dove starebbe lo strano?
Invece noi siamo una generazione che non esiste piu', da nessuna parte. Che si fa solo i cazzi suoi.
I ragazzi di 20-30 anni che si vedono in tivvu' sono giusto calciatori e fighette. Per il resto vuoto spinto. Due lustri di esseri umani rasi al suolo dalla congiuntura sfigata, vinti dal disgusto, e incapaci di lottare. Che pensano ad altro, dal momento che "Tanto e' cosi'".
Ed e' terribile perche' e' vero: tanto e' cosi'. Nell'analisi dei vari agitatori sociali alla Grillo, o dei lucidi cronisti come Travaglio, la pars destruens ha la veemenza innegabile del giusto. Ma non c'e' nessuna pars costruens, e quello che e' peggio non c'e' speranza alcuna in una pars costruens.
Travaglio sogna un paese in cui la legalita' e il diritto esistano, ma lo sogna come una pura utopia. Grillo parla degli italiani che si devono svegliare, ed e' forse piu' consapevole di tanti altri che l'unico risveglio possibile da un abisso come quello in cui ci siamo calati e' feroce e violento.
Non abbiamo sfogo. Non abbiamo nessuna espressione "ufficiale" per questo malessere.
E allora mi piacerebbe trovare un qualcosa, prima di mandare tutti affanculo come manifestazione vuole.
Qualcosa che esprima i sentimenti delle mie lacrime che colano, molto prima che destra/sinistra, no global/cellini, o grandi questioni su politica e potere. Qualcosa che esprima l'idea che le mie lacrime siano ingiuste, che siano uno spreco, che siano un insulto al buon senso. Qualcosa che si proponga di sbattere davanti agli occhi di tutti il pianto simbolico della mia generazione, e la vergogna che quel pianto denuncia.
Molto spesso penso che il nostro lavoro sia piu' duro e terribile rispetto a tante altre grandi lotte sociali del passato. Perche' noi non lottiamo contro una societa' che ci e' ostile apertamente, e che ci discrimina. Sarebbe piu' semplice.
Al contrario lottiamo contro un movimento di erosione lento e inevitabile, che ci consuma, e lentamente ci priva delle energie e della fiducia che servono per partorire le cose grandi e belle che tutti vorremmo.
Gli eroi del nostro tempo non si possono permettere di essere in prima linea o di immolarsi come martiri. Diventano dei Don Chisciotte, dei lamentoni, dei fatalisti che puntano il dito sui mulini a vento.
Il lavoro vero, oggi, puo' avvenire solo nelle retrovie. Ed e' duro, ingrato e silenzioso.
Pericoloso, nel suo essere cosi' alienante, cosi' umile e cosi' tanto avulso dalla realta' complessiva. Al punto di rendere chiunque remi davvero a favore di un ideale "bene maggiore" un automa cieco e inoffensivo nei confronti di quel sistema globale che invece tira in direzione opposta.
Il mondo non finira', e il bene forse trionfera' comunque. Ma per i singoli che vivono oggi, per le individualita', e' evidente che la situazione non offre grandi sbocchi.
Cercheremo una bandiera che ci dia rappresentanza, oppure ce ne andremo affanculo. Importa solo a noi, del resto. Ma il nostro fallimento, come sempre accade nei grandi movimenti sociali, sara' quello di tutti. E in prospettiva avra' un prezzo salatissimo, di cui oggi forse si rendono conto in pochi, anche fra i sedicenti messia e i cronisti.
Di quelle lacrime che colavano in mezzo al silenzio diventera' testimone la storia. E proprio questa, comunque vada, sara' la terribile rivalsa della nostra generazione mancata.
Il prezzo che ci e' costato vendere il futuro, e che ci costa la nostra sconfitta pigra e indolente di oggi, lo mostreranno in maniera equa gli anni.